Amo la mia terra, anche se qui dopo la morte gli egoisti pretenderebbero di essere ricchi.

Sarà perché sono nato da una famiglia nomade, di padre Veneto (di Mestre) e mamma ciociara di Torre Cajetani (un paesino a fianco a Fiuggi), sarà perché ho sempre considerato il viaggio, la migrazione e la contaminazione come esperienze di vita ricche e feconde al pari del coltivare le radici e l’appartenere alla propria comunità, che sono così innamorato della terra dove sono nato e dove vivo: la Basilicata.
Terra di riti, usi, culture profonde legate alla natura, al magico che non smette mai di stupirmi.
Oggi, nel giorno dell’anniversario del mio matrimonio (18 anni + 7 di convivenza) sono stato a pranzo dai genitori di Marilena in un paesino della Valle del Sinni posto sul monte di fronte a Valsinni che fu la patria di Isabella Morra la poetessa  celebrata da Dacia Maraini che nel ‘500, prima di essere uccisa dai fratelli scriveva canti sublimi nella lingua che Dante aveva inventato ben tre secoli prima, segno e cifra dell’isolamento delle nostre terre e delle nostre genti, abituate a fare i conti con quello che hanno.
Isolamento che ci ha consegnato culture sopravvissute nel tempo fino a noi cementando un carattere popolare sospeso fra il fatalismo, l’orgoglio, la rassegnazione e il disincanto di chi è abituato a fare i conti con i tempi della natura e della terra e lo scatto del moto ribelle  di chi è forte della propria dignità.
Terra di contraddizioni e ritmi lunghi, ora messa a dura prova dall’impatto con la modernità della globalizzazione ma che, in fondo, ha ancora tanti anticorpi alla barbarie di questo capitalismo brutale e selvaggio che non conosce confini e fonda gran parte del proprio consenso sull’appiattimento delle culture, lo svuotamento delle coscienze, l’annullamento delle identità.
Colobraro, il paese delle fattucchiere, delle “maciare”, dei riti magici così studiato da Demartino e da tanta ricerca antropologica; il Paese che non si può nominare perché solo il nominarlo porta sfortuna, tanto che è universalmente conosciuto come “Quel Paese”.
Confesso che quando vengo qui mi rincuora sentire parlare la loro lingua cantilenante (uno dei tanti dialetti lucani che sopravvive nel tempo). Mi beo di sentire i miei nipoti che la parlano e mi piace ascoltare i racconti delle loro storie.
Oggi ne ho sentite un paio che rendono bene l’humus culturale di una comunità che, essendo stata per tanto tempo povera, una volta sapeva almeno fare i conti con la povertà costruendo gli anticorpi culturali per gestirla ed esorcizzarla.

Fattucchiera a Colobraro

Mia suocera oggi ha raccontato che il fratello della sua vicina era morto emigrante in Germania e, come pare che si usi in quelle terre, era stato sepolto senza scarpe …. cosa di cui la famiglia qui in Paese si doleva molto soffrendo per il fatto che il loro congiunto certamente soffriva il freddo e non “viveva una morte serena”.
Doveva essere talmente grande la sofferenza che una notte il povero morto venne in sogno alla sorella lamentandosi e dicendole “Dopo una vita di lavoro e di sacrifici, almeno un paio di pantofole me le meritavo”.
Tutto si risolse quando, morta la mamma, la sorella comprò un paio di ciabatte e le mise nella bara della mamma perché le potesse portare al congiunto sepolto in Germania.
Una soluzione saggia che, indubbiamente, risolveva molti problemi e che, ho scoperto oggi, è usanza delle famiglie del Paese. In fondo una tecnica di comunicazione usata da sempre ben più efficace dei fax, delle email o altre diavolerie moderne che hanno il limite evidente di portare solo delle immagini e di portarle comunque solo ai vivi … questa tecnica popolare, piuttosto, è più simile al teletrasporto ed ai viaggi nel tempo di un tempo che verrà, dunque ipermoderna e anticipatrice, con buona pace dei teorici della modernità e dell’arcaismo delle culture contadine!
Nel racconto successivo che ha fatto Comare Teresa (mia suocera) scopro però che, come per tutte le tecniche e le tecnologie, dipende sempre da come le usi e soprattutto da chi le usa, potendosi nel caso trasformare da strumento per la solidarietà e la pietà popolare ad arma di divisione classista ed egoista.
Questo è il secondo racconto.
Qualche anno fa mori una donna anziana ma nella bara i figli dimenticarono di mettere il bastone che per tanta parte della sua vita le era servito per sorreggersi e camminare. Del che i figli si crucciarono tanto fino a quando in paese non ci fu un’altro decesso …. un’altra donna anziana.
Allora i figli della prima deceduta andarono dalla famiglia della seconda morta e, dopo aver fatto le condoglianze ed aver assolto coscienziosamente a tutti i riti del caso (pianti, battiti del petto, recita innumerevole di preghiere e giaculatorie, ecc.) si rivolsero al figlio e gli chiesero se, per favore, potevano mettere nella bara della sua mamma il bastone che serviva alla loro mamma per camminare. Fidavano, evidentemente, sul fatto che la prima volta che la avessero sognata la avrebbero avvisata che il suo bastone lo avevano consegnato alla nuova defunta e lei poteva andarselo a prendere mettendo fine alle sue sofferenze.
Avevano però fatto un grave errore: non avevano considerato che il figlio avrebbe risposto loro con sdegno: “Mia Madre non ha mai fatto la serva a nessuno, figuriamoci ora!”
Tutti ne abbiamo riso e, immagino, tutti ne abbiano riso e ne ridano nel Paese alle spalle di colui che sarà finito in una tomba e che, magari, avrà potuto rimediare alla sua disumanità portando lui stesso il bastone che non ha voluto affidare alla pietà della madre oppure avrà dovuto sopportare il ludibrio di tutta la comunità nei secoli dei secoli.
La sua famiglia, comunque, può stare tranquilla …. un suo discendente (o un buon amico disponibile) potrà rimediare portandosi nella bara quel bastone e (magari) una buona dose di umiltà per un presuntuoso aspirante ricco abbagliato dai valori dell’egoismo.
In fin dei conti il tempo della comunità, dei suoi ricordi e dei suoi racconti è lungo, tanto lungo da avvolgersi inestricabilmente nelle sue radici profonde.
Il tempo della nostra vita individuale, però, è breve e spero che venga presto il tempo della ribellione e della dignità che pure tante volte ha accompagnato le nostre culture contadine.
Lavoro per difendere la mia terra dalla disumanità di quanti non si piegano nemmeno di fronte alla morte pretendendo che lo sfruttamento e il dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura sia la modernità.
Amo la mia terra e le sue culture che fanno delle comunità la malta forte che le fa durare nel tempo ben più dell’egoismo di questo capitalismo brutale che ti condanna all’egoismo.

Colobraro di notte

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.